Sempre più abbiamo la tendenza ad iper-proteggere i nostri bambini, per rendercene conto è sufficiente andare in un parco giochi della città, sedersi su una panchina e annotare quante volte i genitori lanciano moniti ai propri figli.
“Attento”, “fai piano”, “non correre” sono solo alcuni dei richiami che vengono rivolti ai bambini.

Secondo Ellen Sandseter, professore di psicologia presso l’Università Regina Maud in Norvegia, i  bambini hanno bisogno di incontrare i rischi e superare le paure nei parchi gioco, altrimenti si corre il rischio che questi giochi possano causare un arresto nello sviluppo emotivo, lasciando i bambini con ansie e paure ben peggiori che non un osso rotto. Ovviamente siamo dell’idea che sia necessaria un’attenta sorveglianza da parte dell’adulto. Il ruolo del genitore, come quello dell’educatore, dovrebbe essere quello di fare da facilitatore al figlio, e non sostituirsi ad esso.

I tempi sono cambiati rispetto a settant’anni or sono, ma se pensiamo ai “junk playgrounds”, letteralmente “parchi spazzatura”, sembra che vi siano ben più di settanta anni di distanza tra i rischi che venivano concessi ai bambini di allora e quelli di oggi.

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Immagine tratta dal sito internet: thearchitectureofearlychildhood
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Immagine tratta dal sito internet: www.play-scapes.com

 Ovviamente oggi nessuno s’immaginerebbe di far arrampicare un bambino su una torretta alta almeno dieci metri e in pochi farebbero salire i bambini su una rete malandata a cinque o sei metri di altezza. Ma queste immagini sono reali e nel primo dopoguerra i junk playgrounds svolsero un importante ruolo sociale nelle comunità. Le risorse economiche erano scarse e questi “parchi gioco” potevano essere costruiti sostenendo poche spese e permettevano ai bambini di giocare riducendo il rischio che incappassero in attività assai più pericolose.

Oggi il tema della sicurezza nel gioco all’aperto è trattato fino all’esasperazione. Come riportato in questo articolo Bambini iper-protetti, adulti fragili, il rischio in cui facciamo incorrere i nostri figli è quello di creare in loro delle fragilità, oltreché impedirgli di vivere esperienze che potrebbero ricordare per tutta la vita.

Ancor più catastrofica, però, è la situazione che si vive fuori dai parchi gioco. Quanti sono i bambini che in autonomia possono andare da casa a scuola e viceversa in terza elementare? Praticamente nessuno, forse solamente quelli che abitano a 10 cm dall’ingresso della scuola.

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Immagine tratta dal sito internet: movingschool21

Nel libro Scarpe Blu (R. Mulato – S. Riegger – ed. la meridiana 2013) è possibile trovare moltissimi spunti di riflessione su questo tema. L’approccio del libro è propositivo, non vengono solamente messe in evidenza problematiche, ma vengono suggerite anche attività e proposte (la seconda parte del libro è un manuale pratico per muoversi in città con le scarpe blu), sia riguardanti “l’abitare la città”, sia concernenti il rapporto tra bambini e città.  Come riportato dagli autori:

…L’infanzia è una costruzione sociale definita in maniera diversa da ciascuna cultura nel tempo e nello spazio. Ogni società ne fa una propria rappresentazione, anche implicita, che serve a collocare l’infanzia in una zona che confermi e riproduca alcune certezze dell’età adulta. La nostra società appare pervasa dal timore che qualcosa sfugga al controllo e al dominio…

Alla luce di queste riflessioni ci sembra sempre più evidente che sia necessario fare un passo indietro. Le città in cui viviamo devono poter essere vissute, dagli adulti, dai bambini e dagli anziani. Gli spazi esterni devono essere accessibili e ri-progettati,  in collaborazione con i bambini stessi, come suggerito nel progetto internazionale la città dei bambini da Francesco Tonucci.

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Immagine tratta dal sito internet: www.almanacco.cnr.it articolo in cui è possibile saperne di più sul progetto di Tonucci

Dobbiamo però ripensare anche noi stessi e il nostro modo di educare al rischio i bambini, consapevoli del fatto che il controllo che possiamo esercitare su di essi è parziale e che non sta realizzando l’effetto desiderato, ma si sta rivelando, non solo inefficace, ma anche dannoso. Nessuno di noi continuerebbe a prendere un farmaco se questo risultasse inutile e dannoso. Allo stesso modo dovremmo cambiare approccio al rischio e all’autonomia perché quello che stiamo utilizzando è inutile e dannoso.

Dovremmo lasciarli rischiare, almeno un po’ di più di quanto facciamo ora.

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